Dieci domande a Maurizio de Caro

Tra i recenti incontri, quello occasionale ma molto interessante con Maurizio de Caro, architetto, artista, musicista, compositore. Le "10 domande a" tracciano il profilo di un professionista inedito, che mette la vita e le esperienze al primo posto, per arrivare a un bagaglio culturale denso e capace di informare tutto il lavoro progettuale. Espressioni forti e interessanti, per una intervista da leggersi tutta d'un fiato.

 Ritratto de Caro ok

 

Sei un individuo “multipotenziale” come ben descrive Emilie Wapnick”. Non hai una vera e propria vocazione. Ti interessi a tutto. E la tua architettura, il tuo approccio, in qualche modo lo dichiarano? Cosa pensi di questo?

In effetti non ho mai avuto una vocazione particolare per l’architettura, perché ho sempre avuto interessi molto variegati, dalla musica alla letteratura, dal cinema all’arte contemporanea, ma questo l’ho vissuto come la costruzione di una prassi metodologica.

Ho sempre immaginato che molte discipline dovessero far parte del percorso umanistico necessario per la formazione dell’architetto.

Ma come sai, mi sono sempre considerato un teorico dell’architettura con scarso interesse per la pratica, per la realizzazione dei progetti.

Mi sento uno spirito quasi rinascimentale che insegue paradigmi disciplinari senza paura di perdersi nelle gerarchie concettuali.

Capirai bene perché mi sento molto a disagio in questo contesto contemporaneo che vive di marketing e semplificazione.

 

Cluster Expo 2015 Milano 

 

Nella tua vita, nei tuoi percorsi esteri, hai conosciuto molte persone importanti. Che mi hai detto rivelarsi individui normali. Personaggio pubblico e privato. Ce ne accenni?

 Ho conosciuto, prima di tutto, i grandi maestri italiani: Baldessari, Ponti, Muzio, Minoletti o figure particolari come Guglielmo Mozzoni. Ovviamente ho conosciuto Rem Koolhaas e Zaha Hadid all’Architectural Association di Londra, Colin Rowe, Ben van Berkel e molti altri.

Tra gli artisti ricordo come straordinario Nam June Paik e critici come Harald Szeeman con cui ho collaborato ad alcune mostre sul nostro amato Joseph Beuys, insieme alla Baronessa Durini, la più grande collezionista d’arte contemporanea del nostro paese.

Con Mario Bellini ho collaborato per un triennio e ho condiviso alcune passioni, come la musica e il cinema. Manfredo Tafuri mi aveva colpito per la semplicità e la disponibilità (l’ho conosciuto credo da studente) e poi ancora Oscar Niemeyer, sconvolgente maestro incontrato a Rio nel suo meraviglioso studio.

Ho conosciuto e frequentato tantissimi artisti, registi, critici d’arte, musicisti come Bennato o Stockausen (un mistico silenzioso), vai scrittori ma anche Pippo Baudo, amico di mio padre, uno degli uomini più simpatici che abbia mai conosciuto e Keith Haring, alla sua prima mostra in Italia, così come la fotografa Maria Mulas.

Nessuno di questi assomiglia a quello che rappresenta forse perché la società ha decretato per loro ruoli pubblici che creano maschere e corazze o forse quell’aura che li rende diversi da quello che in realtà sono.

 

Cluster Expo 2015 Milano

 

L'arte ha un ruolo fondamentale nella tua vita. Le arti figurative e la musica confluiscono nel tuo lavoro. Come tieni a bada questi universi di riferimento?

L’arte contemporanea ha avuto un ruolo decisivo fin da adolescente; sono stato collezionista e ho avuto una Galleria in corso Garibaldi, molti anni or sono, e credo di non aver perso una mostra significativa degli ultimi trenta anni. Per cui è stata una passione, oggi molto sopita, anche perché rispetto a quegli anni il sistema dell’arte è diventato una branca dell’economia e non mi interessa molto.

Ho anche allestito mostre in molti musei del mondo.

La musica è quello che avrei voluto fare veramente: suonare, comporre sono sempre state attività importanti delle varie fasi della mia vita, e forse è l’unico rimpianto vero, perché avrei dovuto dedicare più tempo soprattutto alla composizione.

 

 Progetto parco Ravizza, Bocconi, Milano

Qual è il tuo progetto che maggiormente ti soddisfa? Il tuo preferito?

Il museo del tempo presente, un progetto per il recupero delle aree Falck degli anni ’90.

Un grande sistema multimediale con spazi per la cultura, la ricerca, l’università e servizi in un’architettura lunga un chilometro metà installazione concettuale, in parte segno urbano alla scala vasta e dopo architettura sequenziale e funzionale.

Poco prima di firmare un incarico multi miliardario Alberto Falck decise di cambiare idea.

Nessun altro dei progetti e sono moltissimi quelli non realizzati mi ha mai dato tanta soddisfazione.

 

Hai un atteggiamento futurista, dadaista. Scherzi seriamente, e tiri inesorabili mazzate. Sostengo, pur conoscendoti da poco, che occorre associare la tua mimica facciale alle tue sentenze. Altrimenti se ne perde un pezzo e si possono travisare significati.

Schizzi studio sedia Linda

 

Non sono certo quello che si può definire un uomo rassicurante, concreto, solido.

Spazio con grande velocità da un ambito all’altro, sono frammentario, ho un pensiero cubista, più che futurista anche se dai futuristi ho mediato la mia verve polemica, spesso a vuoto.

Molti, moltissimi hanno dovuto ricredersi dopo aver letto i miei testi perché pensavano che fossi un cabarettista di talento, ma questo fa parte della mia vocazione, oggi molto ridotta, all’autodistruzione.

Diciamo che in questi anni non mi sono fatto gli amici giusti, e questo, come sai, si paga per sempre, oltre a non sopportare regole, schemi, gerarchie e questo aggrava la situazione.

Ma questa tua considerazione è molto puntuale, pochi sanno chi è veramente Maurizio de Caro e quanto vale.

 

Impegno e disimpegno. Il tuo approccio dialettico pare indirizzato a un certa leggerezza, il tuo lavoro e la tua indagine a una nuova forma di cultura. Quale?

La leggerezza (la lightness) mi ha aiutato a non morire, perché ha alleggerito i troppi momenti in cui ho pensato di non potercela fare perché troppo grande era la forbice tra le mie aspettative e la realtà.

Ma questa apparente superficialità nasconde un impegno culturale molto duro che ho coltivato per decenni, leggendo disperatamente e cercando di dare un senso culturale al lavoro, al mio lavoro di architetto, professione che oggi non riesco a definire se non come una attività connessa allo sviluppo dell’antropologia culturale.

Amo il convivio intelligente e irriverente, le provocazioni situazioniste e sogno una nuova contro-arcadia senza un briciolo di retorica accademica, solo un luogo dove esprimere il co-thinking, come in “Priorato 6: co-thinking space”.

 

Mostra maschere dal museo di Dakar, castello sforzesco

 

Fuori da luoghi comuni e posizioni acquisite, di cosa necessita veramente un nuovo dibattito sull'architettura? In Italia e non solo?

Di aria fresca e pulita, di posizioni talentuose reali e non ereditate; ha bisogno di mettersi in gioco nella sua globalità.

Gli schemi e le critiche vanno gestite non dai soliti team autoproclamatisi superstar del progetto, ma da quanti sono in grado di dare senso alla progettazione, anche senza paura di essere messi troppo in discussione.

Siamo un paesello provinciale dove il figlio di quel signore, e il nipote dell’altro si siedono su una seggiola che passeranno agli eredi e così il dibattito muore.

Troppe persone che non hanno nulla da dire parlano e parlano solo per mantenere le rendite di posizione.

Il resto del mondo, non tutto il resto ovviamente, presenta possibilità di aggredire un mercato difficile partendo dalle stesse posizioni, non ci sono aree diciamo protette.

In Italia, il talento, quello vero preoccupa, destabilizza e si preferisce la sequenza noiosa e rassicurante del “gruppetto” che ripete il disegnino carino e alla moda.

 

Che significa per te essere un bravo architetto?

Essere un bravo architetto significa essere capaci di rischiare per l’affermazione delle idee in cui si crede, come un tempo era essere un bravo politico.

Significa non irreggimentarsi nella mandria dei vincenti, o presunti tali, mettere in discussione ogni sistema consolidato e fare dell’architettura una professione avventurosa, pericolosa.

Poi l'architetto deve dedicarsi alla risoluzione di tutte le infinite questioni tecniche e tecnologiche, usando tutte le conoscenze più avanzate in ogni campo.

Dobbiamo dare all’architettura il suo respiro contemporaneo,usando quello che l' “adesso”ci consente di sperimentare, per poi poterlo abiurare nell’opera successiva. Ecco, essere un buon architetto significa soprattutto non aver paura di contraddirsi, sempre.

 

Il cambiamento come stile di vita. Ne hai vissuti molti e stai ripartendo con nuovi progetti e nuovi scenari.

Ho vissuto molte vite (brevi) e tempi molto diversi, ma dopo i cinquanta anni è ovvio che o si prende la strada del delirio avventuroso o ci si iberna nelle consuetudini delle poche certezze cementificate con l’esperienza.

Io sono rimasto un dissipativo, e me ne scuso con quanti ho coinvolto in questa corsa sfrenata e spericolata. Oggi ho voglia di tornare alla scrittura (usciranno un mio romanzo e un mio trattato di architettura all’inizio del prossimo anno).

Ma mi è tornata una certa voglia di ricominciare a sperimentare negli ambiti progettuali alle varie scale, senza mediazioni, senza costrizioni, solo così per capire se sono ancora vivo

 

Cinque vocaboli ricorrenti in architettura che vorresti eliminare. Magari sostituendoli con?

Eliminerei concettualmente:

eco-compatibile,

sostenibile,

edificio intelligente,

render,

consumo di suolo

 

e li sostituirei con:

poli-sensoriale,

fratture concettuali

multi materialità,

afunzionalità dello spazio,

scorrettezza compositiva.

 

Ma per spiegarti che cosa intendo dovrai aspettare il mio prossimo progetto.

 

 

Chi è Maurizio De Caro

Maurizio de Caro, architetto, critico e teorico dell’architettura, già docente di Estetica

e Landscaping design alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano.

Editorialista e Saggista.

Consigliere dell’Ordine degli Architetti della Provincia di Milano (2009-2013).

Studia architectural and urban planning a Milano (Politecnico, facoltà di architettura) e Londra (Architectural Association).

Già all’inizio degli anni '80 a Londra frequenta all’Architectural Association il Gruppo di Rem Koolhaas, Zaha Hadid, Colin Rowe e Ben van Berkel (UnStudio), e a Milano il mondo dell’avanguardia artistica. Apre e gestisce in Corso Garibaldi a Milano, la Galleria d’arte contemporanea Multiart.

Negli anni successivi alla laurea inizia un’intensa attività di saggistica poli-disciplinare (oltre 20 titoli pubblicati da Electa, Fabbri Editore, Carte Segrete etc, presenti in 110 biblioteche pubbliche in Italia e all’estero) e di critica giornalistica con collaborazioni con importanti quotidiani Italiani (Corriere della Sera, Il Sole24ore, La Stampa, il Riformista) con oltre 500 articoli pubblicati.

Consulente del Comune di Milano per il Piano Generale di Recupero delle Cascine di proprietà comunale.

Viene nominato nel Consiglio di Amministrazione del Museo Bagatti Valsecchi di Milano.

Notevole è l’attività degli allestimenti di importanti mostre pubbliche in Italia (Palazzo Reale, Triennale, Open Space etc) e all’estero (Barcellona Museo Santa Monica: Difesa della Natura, Joseph Beuys, Zurigo Kusthaus: Progetto del museo del tempo presente).

Tra i progetti :

La metropolitana leggera cascina Gobba/Ospedale San Raffaele

Restyling del Parco Ravizza/ Università Bocconi

Residenze per studenti a Segrate e a Milano

Casa Paleari a Portofino

Un quartiere residenziale e servizi per 4000 abitanti a Rho

Un nuovo quartiere a Milano di social housing (Ponte Lambro).

Coordina il gruppo di progettazione che si aggiudica la gara per la realizzazione delle Strutture di Servizio di Expo Milano2015, una serie di edifici dove sono ubicati ristoranti, lounge, bar, servizi igienici, info point, spazi commerciali, servizi ai visitatori, servizi per la sicurezza. Uno sviluppo di oltre 60.000mq, per oltre 60 milioni di Euro.

Attualmente è attivo con un gruppo di progettazione multimediale per l’urban design, l’architectural design e l’interior design con un cluster di cinque strutture, tra Milano e Dubai(UAE), che coinvolgono tra le 50 e le 100 figure professionali.

In breve
Giorgio Tartaro
Autore: Giorgio Tartaro
La mia Bio
Giornalista, si occupa da tempo di progetti per la comunicazione di architettura e design. Autore televisivo per RAI e Sky. È condirettore del master di Interior design della Scuola Politecnica di Design e Politecnico di Milano, e docente al master sul Made in Italy, IULM, Milano.

GT Media Srl S

Giorgio Tartaro svolge la propria attività giornalistica, autorale, video, presentazione eventi e conduzione di format attraverso la società GT Media Srl s.

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