10 domande a 5+1AA

Per anni abbiamo affiancato alle nostre immagini (che cercavamo poetiche ed emozionanti), testi letterari e poemi, immagini dell’arte italiana, le fotografie di Ernesta Caviola. Ora stiamo aggiungendo il tema del video: la narrazione, il movimento degli occhi, del corpo. Crediamo possa diventare un ulteriore strumento di dialogo.

 

1. Italianità, made in Italy, saper fare italiano. La vostra posizione.

Alfonso Femìa: Non “esiste” il Made in Italy! …Non vuole essere una provocazione, ma la riaffermazione del Fare Architettura all’italiana, inteso come “Pensare l’azione”, connubio tra pensiero e progetto. Quella italiana è una diversa prospettiva di Progetto: ci assumiamo rischi, accettiamo contaminazioni tra arte, letteratura e architettura perché abbiamo la capacità di “mettere a sistema”, un’esperienza che è temporalmente, ma anche tecnicamente trasversale.
Gianluca Peluffo: Arte, Architettura e Artigianato, legate fra loro, al territorio, alla natura, alla città. Una forza rinascimentale ancora rivoluzionaria. È un saper fare emozionale, sensuale, materico, che non ha nulla di astrazione o smaterializzazione. È quanto di meno “on air” e quanto di più contemporaneo possa esistere, mettendo insieme arcaico, primitivo, futuro e anima.

 

2. Diritto alla materia. In che senso?

AF: La forte volontà di dare nuovamente forza alla relazione con l’”Artigianalità”, nell’interpretazione più contemporanea, coinvolge i materiali, la luce, il suono, la percezione nelle e delle Architetture, abbandonando, in via definitiva, il tema dell’Architettura delimitata esclusivamente in un linguaggio codificato. L’architettura recente è stata, tranne rari casi, perlopiù applicazioni di superfici, simili come un tessuto di cui si varia solo la trama dei fili. Pertanto le architetture sono diventate prive di storia, di racconto, di emozione, ma spesso algidi buone declinazioni di stili o mode. Serve il progetto imperfetto e la materia che lo racconta, la cui affermazione oggi diviene battaglia contro l’appiattimento e l’omogeneizzazione delle risposte.
GP: L’uomo e il mondo sono fatti della stessa carne. La materia fisica, la corporeità dell’architettura è l’essenza rinascimentale del nostro lavoro. Guardiamo Masaccio, “San Pietro che cura gli infermi con la propria ombra”: la dichiarazione di esistenza in vita, fisica e corporea che l’ombra evidenzia e, nello stesso tempo, il massimo della spiritualità. Questo è il Diritto alla Materia: l’essenza in vita corporea, materica, sensuale e la sua capacità di diventare meccanismo di risanamento della realtà, di cura degli uomini, e di "Anima del mondo".

 

3. Quando parlo della vostra architettura e la definisco contestualizzata, scateno reazioni contrastanti. Perché non è solo una contestualizzazione fisica, mimetica, ma culturale.

AF: Quando vent’anni fa parlavamo di contesto come valore fondativo di un pensiero del progetto imperava la filosofia del “fuckthecontext!”, per poi osservare come negli ultimi anni, tutti coloro che l’hanno abbracciata sono giunti a rinnegare tale affermazione. Il contesto è una dimensione culturale e “musicale”, composta di molteplici aspetti (ritmi, sequenze, sensibilità, responsabilità, sincerità, unicità, magia, alchimia...) con cui entrare in dialettica e attraverso cui ognuno può fare le proprie scelte. Il contesto, con le persone che lo vivono e il tempo che lo attraversa, saranno i veri giudici. Nessun altro.
GP: Credo si debba parlare di “invenzione nello specifico”: ricerchiamo, attraverso un concetto di “Stra-linguaggio”, una reazione creativa al contesto, una macchina sensuale e percettiva che mette in contatto il sentire personale con quello collettivo.

Il concetto di Stra-linguaggio, è legato alla convinzione profonda che la reazione alla moltitudine delirante di informazioni e immagini che subiamo nel nostro cattivo presente vada combattuta non con l’ascetismo minimale (costosissimo e reazionario), o con l’ecologia di comodo (ipocrita e servile), o con la gesticolazione individualista (sterile e a servizio, come un eunuco), ma con uno spirito inclusivo, che accolga ogni informazione contestuale, linguistica, storica e sociale, facendo un durissimo lavoro di sintesi, per restituirla alla collettività in termini condivisibili e popolari.

 

4. Concorsi. Ne avete vinti molti, alcuni persi. Soddisfazione e amarezza. Regole e dinamiche sono sempre lineari? All'estero?

AF: Il concorso non è la soluzione di tutti i mali, non è infallibile e può purtroppo avere anche derive non lineari. Ma è l’unico strumento che permette il confronto delle idee, dei progetti e una forma di dialogo. La differenza è se questo strumento viene applicato sempre con continuità in ogni occasione. In Italia è successo tutt’altro e, oggi, solo i privati lo utilizzano spesso come strumento di scelta per progetti di rilevanza architettonica. All’estero è perlopiù una prassi per alcune tipologie di progetto, con differenze da paese a paese, ma ancora oggi il sistema francese è il solo che lo applica in maniera continuativa con responsabilità e attenzione.
GP: L’Italia è la tomba del concorso, del confronto, della ricerca. Ancora ci stiamo riprendendo, (e penso presuntuosamente che valga per noi ma anche per tutta l’Architettura Italiana) dal lutto del Palazzo del Cinema. Quella è una storia incredibile, che unisce arroganza, pressapochismo, malafede. Tradimento. Un racconto di mare e di costa alla Joseph Conrad. All’estero, pur nel momento di pavidità culturale e linguistica europea, qualcosa di meglio accade, e noi possiamo ritenerci soddisfatti. Penso che il mondo del Mediterraneo del Sud sia il luogo potenzialmente di maggiore energia, per questioni di età (popolazione giovane), drammi, energie e storia dimenticata. Da fare ri-emergere come forza e potenza.

 

5. Maestri e Archistar. Cosa funziona e cosa non funziona.

AF: Non funziona una logica in cui oggi sia possibile etichettare il nostro lavoro secondo queste logiche. Il nostro mestiere ha bisogno di tempo e profondità, volontà e umiltà, ascolto e esplorazione e non modalità da talentshow o da cinehollywood. Non è interessante, è forse utile per i media, ma crea una frattura forte tra il valore di un progetto, che dovrebbe essere più importante dell’architetto, e il valore mediatico che ad un certo punto si vuole attribuire all’autore. L’architetto, citandoti, ha come medium il progetto … il resto come diceva Robert De Niro sono solo “chiacchiere e distintivo”.
GP: Maestri appartenenti a genealogie, non a generazioni: Giotto, Dante, Masaccio, Piero, Carrà, Licini, Longhi, Ragghianti, Burri, Fontana, Fellini, Antonioni, Luigi Moretti, Michelucci, Lina Bo Bardi. Gli ultimi due sono gli architetti italiani più importanti del ‘900. Delle Archistar non funziona nulla. Sono finite per fortuna. Chi cerca di arrivare a quella finta Aura, compie crimini culturali contro l’umanità. Del resto ora, dopo l’Archistar e l’Ecologia, la parola d’ordine è il “Politicamente Corretto”: ipocrisia, cinismo, servilismo. L’architettura è questione di cuore, fegato e anima. Di romanticismo. Poesia e Linguaggio. Che sono le cose realmente condivisibili.

 

6. Rapporti personali, dialogo, racconto. L'architettura va spiegata, mai come oggi. Con quali strumenti?

AF: Il progetto come strumento di dialogo. Il dialogo come strumento di progetto. Ritornare a incontrarsi e a parlarsi guardandosi negli occhi e raccontare questi momenti attraverso dei semplici video. Per esempio, negli anni 70, la televisione in parte aveva questo ruolo; oggi gli strumenti accessibili a tutti potrebbero svolgere un compito simile. Credo che in questo modo si possa provare parlare di architettura, e ritengo che per farlo occorra partire dalla città, luogo con cui ognuno di noi, architetti e non, ha un rapporto, vive sensazioni, emozioni, ha osservazioni da porre sul tavolo... Non è una questione per soli architetti, tutt’altro!
GP: Per anni abbiamo affiancato alle nostre immagini (che cercavamo poetiche ed emozionanti), testi letterari e poemi, immagini dell’arte italiana, le fotografie di Ernesta Caviola. Ora stiamo aggiungendo il tema del video: la narrazione, il movimento degli occhi, del corpo. Crediamo possa diventare un ulteriore strumento di dialogo.

 

7. La sottile differenza tra il volare alto e il "tirarsela" secondo 5+1AA.

AF: Volontà e umiltà. Pensare e agire. Occorre lavorare con e per il tempo, veloci nella quotidianità, lenti nel tempo lungo, un doppio sguardo. Non concepisco per origini meridionali e famiglia una idea che preveda la seconda ipotesi che proponi .. non saprei di cosa.
GP: La Generosità. Tutto sta nella Generosità. Chi è generoso, è anche umile con le persone di qualità, con le persone che esistono umanamente. Gli altri che non esistono, o non capisco, accusano di snobismo i generosi e chi dice la verità, oppure chi tace per non essere sgradevole.

 

8. La vostra architettura come storia, racconto, arte. Punto di vista contemporaneo, aggiornamento nella tradizione.

AF: Amo pensare che il progetto sia una forma di viaggio. Per me tutto rientra in questa parola magica, introversa ed estroversa allo stesso tempo, inclusiva ed esclusiva, reale e immaginaria. Da sempre ritengo che il progetto deve narrare una storia, e ogni storia si muove all’interno di un viaggio che apre portali in mondi diversi secondo una logica circolare che poi alla fine fa tutto tornare al punto di partenza, l’idea, l’azione che ha creato la reazione del progetto. Il progetto è lettura e scrittura e pertanto ciò che è stato è come un libro che hai letto di cui ti porti dietro le note che hai scritto a margine delle pagine, ciò che dovrà essere è quello che devi scrivere, raccontare, che devi avere il coraggio di affrontare.
GP: Genealogia e Appartenenza. La certezza di appartenere, a un livello che tentiamo più serio possibile, a una genealogia artistica italiana precisa.

 

9. L'ultima volta che avete esultato come chi segna un rigore al novantesimo; l'ultima volta che avete giurato sarebbe stata l'ultima volta.

AF: Non ho compreso completamente la domanda ma provo a risponderti.
Il mio modo di esultare è invitare le persone vicine in quel momento a vivere un momento magico, fatto di piacere e un po’ di apparente incoscienza, che può limitarsi ad abbandonare tutto per una serata, una giornata. E di questi momenti ne abbiamo, ne ho, sempre bisogno.
GP: Quando mio figlio Enea Garibaldi ride come un matto ogni mattina appena sveglio, esulto di nascosto. Se no il Triplete dell’Inter di Mourinho. Ovviamente. Anche perché forse succederà di nuovo fra 45 anni. Ma vuoi mettere? Ho giurato sarebbe stata l’ultima volta, quando ho insultato persone. Avevo ragione, ma è più forte il dolore, che l’energia negativa scaricata ed il senso di giustizia.

 

10. I tre oggetti più cari nel vostro quotidiano, esclusi i libri :)

AF: La casa, i luoghi. Non ho legami particolari con gli oggetti, li ho molto di più con gli spazi.
GP: L’orologio Zenith di mio padre.
La mia Motoguzzi V7 Racer.
La targhetta della Marina Militare con i miei dati, che porto al collo.
Per le persone viventi che amo non considero oggetti ma loro stessi.

In breve
Giorgio Tartaro
Autore: Giorgio Tartaro
La mia Bio
Giornalista, si occupa da tempo di progetti per la comunicazione di architettura e design. Autore televisivo per RAI e Sky. È condirettore del master di Interior design della Scuola Politecnica di Design e Politecnico di Milano, e docente al master sul Made in Italy, IULM, Milano.

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Giorgio Tartaro svolge la propria attività giornalistica, autorale, video, presentazione eventi e conduzione di format attraverso la società GT Media Srl s.

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